Nino Amadore 

 

La zona grigia, professionisti al servizio della mafia

 

Il termine zona grigia fu utilizzato per la prima volta da Primo Levi ne I sommersi e i salvati, uno degli scritti più importanti della seconda metà del XX secolo. Lo scrittore torinese voleva sollevare il problema «della tendenza manichea a fuggire le mezze tinte», secondo cui non esisterebbero realtà intermedie tra vittime e persecutori. Naturalmente parlava dei lager, ma anche di tutte quelle situazioni e luoghi dove si trovano a convivere centinaia o migliaia di persone, dalle caserme agli uffici, dagli ospedali alle fabbriche, laddove si produce quella dialettica di potere tra un vertice che comanda e un una base che ubbidisce. In mezzo c’è appunto la zona grigia, quella di coloro che in vario modo e a vario titolo e responsabilità collaborano al funzionamento della macchina di potere. Levi voleva far capire che questa zona possiede «una struttura interna incredibilmente complicata e alberga in sé quanto basta per confondere la nostra capacità di giudicare». Valutare il concorso di colpa dei singoli collaboratori, grandi o piccoli che siano, aggiungeva Levi, è sempre difficile, senza con questo voler assolvere nessuno.

Vent’anni dopo questa formula, nata per capire la complessità delle relazioni di potere, diventa una chiave buona per leggere ogni realtà. E con ogni probabilità a questo si sarà rifatto Nino Amadore, giornalista del Sole 24 ore, quando ha iniziato a scrivere La zona grigia, professionisti al servizio della mafia, pubblicato con la casa editrice palermitana La Zisa: una sorta di indagine quella condotta da Amadore che mette in luce i rapporti dei liberi professionisti siciliani con la mafia, l’intreccio di affari e le collusioni sempre più evidenti della società civile con i clan.

L’obiettivo principale dell’autore è quello di cogliere i contorni delle collusioni, di capire quali e quanti professionisti sono stati censurati dai rispettivi ordini professionali per conclamati rapporti con Cosa Nostra. Secondo Amadore negli ultimi dieci anni in Sicilia sono stati almeno 400 i professionisti finiti nei guai per aver avuto contatti con la mafia. Nell’indagine si scopre, ad esempio, che i medici hanno fornito, più di tutti, i quadri dirigenti a Cosa Nostra: basti pensare al boss Giuseppe Guttadauro, medico divenuto capo del mandamento mafioso di Brancaccio, quello dei fratelli Graviano mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi. Non mancano poi le storie di avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti che hanno sostenuto o protetto la mafia. Un microcosmo variegato che assicura ai boss, spesso ignoranti in materia legislativa, solide vie per riciclare il denaro sporco proveniente da estorsioni, traffico di droga e altre attività criminali.

E mentre gli imprenditori siciliani hanno integrato il codice etico con indicazioni precise di non collaborazione con le cosche con l’obbligo di denuncia per le inchieste del racket, gli Ordini professionali hanno, invece, spesso chiuso non uno ma entrambi gli occhi, vista la mole di soggetti coinvolti in inchieste di mafia e spesso condannati, ma, ironia della sorte, rimasti al loro posto a presiedere i loro ben avviati studi professionali. Proprio in virtù di ciò una condanna senza equivoci della mafia, anche da parte loro, con un riscontro nei codici deontologici avrebbe un effetto quasi rivoluzionario.

Un libro scottante dunque che fornisce, finalmente, i numeri per capire la qualità, oltre alla quantità, delle collusioni. Numeri che né la Direzione nazionale antimafia, né la Commissione parlamentare antimafia, avevano mai fornito. Appare un filo paradossale, dunque, che a indagare e a far nomi e numeri sia stato un giornalista. Ma le conseguenze, come assurdamente ovvio che fosse, non hanno tardato a farsi sentire: immediate, infatti, sono state le intimidazioni subite da Nino Amadore che, dopo la presentazione del suo libro al polo universitario di Agrigento, ha avuto pesantemente danneggiata la sua autovettura. Gesto grave e inquietante che mette ancora una volta in luce le difficoltà nel denunciare fatti e circostanze, con i giornalisti che portano avanti impegnative inchieste sul versante della legalità e della lotta alla mafia, sempre più nel mirino della criminalità organizzata.

 

 

 

Antonio Billè

billgol@libero.it

 

 


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