Alex Britti ed Edoardo Bennato

 

 

Percorro una rampa di scale, poi un corridoio e mi trovo sulla soglia di uno stanzone. Entro e trovo B&B, i due “big” dell’estate: Alex Britti in jeans e canottiera con la sua inseparabile chitarra, Edoardo Bennato seduto su un divano.

B&B, mentre discutono con noi giornalisti, sembrano due amici di vecchia data. Penso a una nota canzone di Bennato, così avvicino Alex Britti e in disparte gli dico quella che forse è solo una mia impressione:

Secondo me assomigliate al gatto e alla volpe.

«Ah, beh – sorride – in effetti siamo una bella coppia, però non so dire chi tra noi due sia il gatto e chi la volpe. Nella vita bisogna essere un po’ gatto e un po’ volpe, occorre sapersi destreggiare fra le difficoltà e gli ostacoli usando anche l’astuzia. Quindi, facciamo un po’ per uno».

Che effetto fa salire sul palco insieme a Edoardo Bennato?

«Adesso andiamo in tournee insieme per lavoro, ma per molti anni lo abbiamo fatto per divertirci: quando c’era un mio concerto, lui veniva con la chitarra e faceva due o tre suoi pezzi; e viceversa. È venuto abbastanza spontaneo suonare insieme e questo mi fa ricordare che sul palco ho prima un amico, poi un collega. E che collega! Colui per il quale ho cominciato a suonare la chitarra, con Il gatto e la volpe. Da bambino ero un Bennatino, un enfant prodige che imitava Edoardo»

Progetti futuri?

«Da due anni non prendo fiato tra l’ultimo disco, le collaborazioni per il teatro, la partecipazione a Sanremo, adesso il tour con Edoardo e altri impegni. Probabilmente a gennaio mi fermo. Di solito quando ho bisogno di rigenerarmi vado all’estero, sto fuori alcuni mesi per rilassarmi, scrivere, suonare».

Ma a febbraio c’è Sanremo, con il ritorno di Pippo Baudo…

«Non si può partecipare ogni anno al festival! Edoardo – e Britti si gira verso di lui con un sorriso ironico – forse partecipa al festival di Sanremo».

Edoardo Bennato drizza l’orecchio e lo guarda stranito e, con lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole, capisce che si tratta di uno scherzo. L’attenzione si sposta su di lui.

Il tuo pubblico abbraccia diverse generazioni, ma i giovani ti apprezzano sempre. Qual è il tuo segreto?

«La musica è un elemento vitale per le nuove generazioni; da qui la scelta di seguire la sua evoluzione, senza rimanere troppo legato a certi modelli. Ascoltare solo i gruppi e i cantanti dei miei tempi e non quelli di adesso, è un atteggiamento tipico di chi rimpiange il passato, e questo comportamento non mi riguarda».

Ci sono artisti che, arrivati all’apice del successo, rinnegano alcune cose del passato. Cancelleresti qualcosa dei tuoi esordi musicali?

«Non c’è soluzione di continuità fra un brano come Arrivano i buoni, rispetto all’album L’uomo occidentale (2003), è come se I buoni e i cattivi (1974) li avessi fatti adesso.

Sono convinto che la raccolta La favola del pifferaio magico (2005) sia uno degli album migliori che abbia mai fatto, e così anche L’uomo occidentale, al di là dei condizionamenti dei media, che possono esaltare o cancellare tutto. Devo sempre fare i conti con loro, ma innanzitutto devo fare i conti con me stesso: preferisco avere l’ostilità vera o presunta da parte dei media, e stima di me stesso, anziché il contrario».

A questo punto Alex mi guarda e, mentre lui suona e io scrivo, nota il mio moleskine e mi racconta che anche lui ne porta uno sempre con sé, per annotare i particolari di un aspetto della realtà che forse diventerà canzone.

Cos’è per te il blues?

«Il blues è vivere la vita e poi metterla in musica. Nelle note che suoni, metti qualcosa di intenso, senza averci studiato troppo, altrimenti rischi di creare qualcosa di rigido, freddo. Blues per me vuol dire musica popolare, si fa con qualsiasi strumento, racconta la vita, è del popolo. Per questo le mie canzoni appartengono alla gente».

Una parola tira l’altra e così conosco anche un Alex Britti buongustaio, che grazie al suo lavoro conosce i migliori ristoranti d’Italia. Il concerto sta per iniziare, così gli faccio un’ultima domanda.

Cosa ti piace di più della Sicilia? E della sua cucina?

«Adoro la cucina siciliana! Ho degli amici a Catania, a Nicolosi, per cui durante l’anno mi capita di passare da queste parti. In particolare, vado pazzo per la pasta con le sarde, che cucino e mangio anche a Roma. Non mangio molti dolci, però qui in Sicilia divoro granite di mandorle o di gelsi e diverse fette di cassata».

 

 

Sergio Busà

neo.morpheus@libero.it

 

 


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