Successo della compagnia di Rigillo a Catonateatro

 

Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini

 

Romolo, imperatore pollicultore

Cesare dei polli, Imperatore della mensa opulenta, padrone di una Roma in liquidazione le cui “giacenze” vengono svendute al primo antiquario che passa. Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma, è il simbolo di un relitto putrefatto di una Storia che ha conosciuto un livello di civiltà rimasto ineguagliato per secoli e secoli.

In Romolo, il Grande, che ha inaugurato il festival di Catona, emergono tutti i paradossi e le contraddizioni di un mondo in rovina. Tratta da un lavoro di Durrenmatt, la commedia riadattata da Roberto Giucciardini e messa in scena dalla compagnia Doppiaeffe si è rivelata ironica, fresca, solo apparentemente leggera, ma con un significato più profondo, con una scenografia che rende bene il senso della trama, con un’ambientazione adatta e qualche pollo che scorrazza liberamente sul palco.

Protagonista è Romolo Augusto, detto Augustolo in senso dispregiativo: un inetto, scellerato e indolente, che preferisce mangiare e dormire piuttosto che reagire all’invasione dei barbari guidati da Odoacre, più interessato alle proprie galline che alla fine dell’impero romano. Insensibile rispetto alla rovina imminente, intralcia anche l'estremo tentativo di salvataggio di Roma, non facendo sposare sua figlia Rea con l'industriale Cesare Rupf, il quale avrebbe sborsato il denaro necessario a mandar via Odoacre.

E non c’è da stupirsi se, in un ambiente così grottesco, le galline abbiano il nome degli imperatori romani e il cuoco conti più del ministro della guerra…

A spadroneggiare sulla scena Mariano Rigillo, grande trascinatore, perfettamente a suo agio in un Romolo che sembrava quasi cucito su misura per lui. Allo stesso tempo buffone e stoico, bizzarro e lucido, Rigillo è riuscito ad esprimere in ogni aspetto l’ambiguità di un protagonista a tratti ozioso, enigmatico, ma risoluto. Già, risoluto, perché si erge a giudice supremo della storia e a boia di una realtà in decadenza rispetto al vigore fisico e morale dei barbari guidati da Odoacre: una realtà costruita sulla guerra, sul sangue inutilmente versato e sulla corruzione, condannata a morte.

«Non sono le notizie a sconvolgere il mondo, sono i fatti: e quelli sono già accaduti quando le notizie arrivano». E’ forse questa la frase più significativa della commedia, quella che meglio spiega il comportamento dell’ultimo imperatore romano, che preferisce continuare ad allevare polli piuttosto che chiudere in un bagno di sangue la parabola di quel grande sogno che era Roma.

Sulla scena si è distinta anche Anna Teresa Rossini, la quale ha interpretato l’imperatrice Giulia, frenetica “Madre della Patria”, grottesca e titanica, una donna ambiziosa che crede ancora nei valori e nelle tradizioni dell’impero, la cui fede crolla però davanti a una tragica fine.

Bravi comunque gli altri attori, che hanno ampiamente meritato gli applausi del folto pubblico presente e il regista Guicciardini, che ha saggiamente rielaborato un’opera ironica ma pessista.

 

 

Sergio Busà

neo.morpheus@libero.it

 

 

 


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