Saro Freni

 

Cosenza 2, il ritorno. È il mio secondo stage a Cosenza, presso la sede della Gazzetta del Sud. L’assassino – si dice – torna sempre sul luogo del delitto. Ora, non so se, in Calabria, io avessi compiuto efferati delitti nei confronti del giornalismo, reati inemendabili contro la lingua italiana o semplici illeciti contro il galateo della professione che fu di Montanelli. Sta di fatto che sono tornato.

Il 4 luglio sono partito, colmo di speranze e di buoni propositi. Conoscevo già la città, la redazione, le abitudini di lavoro. E questo era un vantaggio. Avrei alloggiato nella casa di un giornalista del posto (ma oriundo messinese), che abita a pochi minuti dalla sede del giornale.

Il giorno successivo ho preso servizio. Sono stato ben accolto, come è nelle abitudini del luogo: la gente di Calabria è molto calorosa (non lo dico per piaggeria in vista di un terzo stage a Cosenza, lo dico perché è così). Il caporedattore, Raffaele Nigro, si trovava in una situazione pirandelliana. C’era, eppure non c’era: cioè era ufficialmente in ferie, ma andava ogni giorno in redazione, pur non esercitando il suo ruolo. È la forza dell’abitudine, o forse il grande amore per il proprio lavoro (la terza ipotesi, cioè “non aveva niente di meglio da fare”, la tralascio perché non verificabile).

Niente era cambiato rispetto a un anno fa (salvo l’avanzamento dei lavori di ristrutturazione in corso Mazzini, che, per chi non lo sapesse, è la strada più importante della città: il loro viale San Martino, per intenderci). Anzi, sembrava che non fosse passato neppure tutto questo tempo. La redazione era la stessa, pure la disposizione dei mobili non era mutata. Appena qualche soprammobile in più e il calendario nuovo, le uniche novità. Si riannodavano i fili del mio passato e del mio presente, tanto che avrei voluto esordire di fronte alla redazione con un “dove eravamo rimasti?” (detto con faccia ispirata), come Enzo Tortora quando tornò in tv. Poi me lo sono dimenticato e non l’ho detto.

A dire la verità qualcosa di nuovo c’era. O meglio qualcuno. Quest’anno, infatti, condividevo la mia esperienza con un altro tirocinante, Stefano. Stefano è un ragazzo cosentino che studia a Roma. Faceva esperienza come me alla Gazzetta, ma per lui era la prima volta. Una brava persona, davvero. Spirito gioioso, ironico, poco incline alle arrabbiature. Credo che non si sia mai incollerito nella sua vita, e se, una volta gli è capitato, avrà detto al massimo: “disapprovo il tuo atteggiamento”.

Il mio primo articolo di quest’anno ha riguardato l’inaugurazione del nuovo organo della cattedrale di Cosenza. In realtà l’organo non era ancora stato montato, ma è stato inaugurato lo stesso. C’erano tutti: il sindaco, il vescovo, l’altro vescovo (ora, non so come sia la faccenda, ma pare che Cosenza abbia due vescovi, uno vero e l’altro onorario… quest’ultimo, tra l’altro, somiglia all’ex presidente Scalfaro), il costruttore dell’organo, i progettisti, preti vari, più altre persone meno importanti. Non trattandosi di un fatto che “scade”, il pezzo è stato pubblicato due giorni dopo (in gergo, una notizia che non scade è un accadimento di cui si può dare conto anche in ritardo, perché ciò non inficia la validità dell’articolo; un pezzo che scade, invece, deve essere scritto in fretta e pubblicato subito perché altrimenti risulta anacronistico – per es. un servizio di presentazione di una partita di calcio è scaduto dopo che la partita è stata giocata, un’inchiesta sulla corruzione in Italia non scade mai: al massimo si può aggiornare).

Cosenza è una città epicurea. La sua filosofia è racchiusa nel motto “prima il caffè… poi vediamo”. Non so cosa abbia di particolare questo posto, sarà l’aria. Fatto sta che tutta la città è pervasa da uno spirito gaudente, allegro, alieno da ogni ansia, da qualsiasi tipo di frenesia. Nulla la turba. Ad occhio e croce, credo che ogni cosentino, preso singolarmente, abbia i suoi problemi, le sue preoccupazioni, le bollette da pagare e i figli che non vanno bene a scuola. Ma quando si ritrova con gli altri suoi concittadini sul corso Mazzini raggiunge l’atarassia, l’assenza di turbamento. Al ribaldo “me ne frego” degli arditi, oppone il più bonario “futtitinni”.

Come l’anno scorso, anche stavolta ha ospitato il cosiddetto Festival delle “Invasioni”, una serie di spettacoli all’aperto, organizzati dall’amministrazione comunale per allietare il popolo. Il logo della manifestazione è un paio di corna, ma pare che le intricate vicende sentimentali della sindaca, che infiammarono il gossip nazionale lo scorso anno, non c’entrino nulla. Credo piuttosto che siano una evocazione delle popolazioni nordiche che, con un elmo cornuto in testa, invasero la nostra penisola. Io a qualche spettacolo sono stato, e posso dire che il paragone con i barbari è quanto mai azzeccato. Infatti, la maggior parte dei frequentatori degli show era costituita da poco raccomandabile teppaglia dei centri sociali.

Una sera, una delle mie prime a Cosenza, si esibivano “la banda della tammorra”, gruppi di musici che rinverdivano le tradizioni della musica popolare, e “O Zulù”, personaggio di cui ignoravo l’esistenza ma, a quanto pare, piuttosto conosciuto. Sono andato a vederli, più che per diletto personale, perché dovevo scrivere l’articolo. Lo spettacolo si teneva nella piazza più importante della città, uno spazio molto ampio, adatto a occorrenze di questo tipo. Il posto era bello, insomma. L’esibizione sul palco non molto, a dire il vero. Oltretutto mi è sembrata una detestabile propaganda paracomunista. Arcangelo Badolati, che faceva le funzioni di Nigro, mi ha detto “scrivi quello che pensi: se non ti piace, dillo”. Reputo questa una grande attestazione di fiducia. Riproduco qui alcuni stralci dell’articolo:

 

“Meglio una tarantella che una guerra” è lo slogan dei solisti di Montemarano. Riedizione napoletana (e casta) del più celebre “fate l’amore non fate la guerra”. E versione minimalista del più celebre “meglio questa roba che un pugno in un occhio”. Pacifismo alla pummarola. (…) (poi riguardo al fatto che O Zulù ha terminato il concerto con “El pueblo unido…” degli Intillimani) Ora, c’è da chiedersi se uno spettacolo che si vuole rivolto a tutta la città possa essere propaganda politica. L’arte è arte, trascende le divisioni, supera le contingenze e tende all’assoluto. Poi, ma questo è un altro discorso, ci sono i menestrelli di regime.

 

Il pezzo è piaciuto. Tuttavia, per un po’ di tempo, ho temuto vendette da parte degli ammiratori dello Zulù.

Dopo i terribili attentati di Londra, si è deciso di fare una piccola inchiesta sulla ricezione della presenza musulmana a Cosenza. In quella circostanza ho lavorato con Stefano. Avevamo deciso di scrivere tre pezzi: interviste ai cosentini; intervista al prof. Alberto Ventura, islamista; intervista ad un membro della comunità musulmana, studente di Ingegneria integrato a Cosenza da molti anni. Per ragioni di spazio, il colloquio con il professore non è stato pubblicato. Peccato. Quando siamo andati a parlare con il tizio islamico (lo chiamano tutti Mosè, credo per una assonanza con il suo nome vero che è Moussa) ci siamo dati appuntamento vicino a un bar. Stefano già lo conosceva, io lo vedevo per la prima volta. Non ho potuto fare a meno di notare che somigliava in maniera impressionante a Bin Laden. Siamo entrati nel locale e abbiamo cominciato a discutere. A dire il vero, su molti argomenti è stato piuttosto evasivo: Israele, gli ebrei, le tematiche sessuali, la laicità dello stato. Bigotto e bacchettone.

Non so se quella di trovare somiglianze sia una mia fissazione. Ad ogni modo, dopo Scalfaro e Bin Laden, ho osservato che Agazio Loiero, presidente della Regione Calabria, è molto simile a Danny De Vito. Lo guardavo con attenzione mentre parlava durante l’inaugurazione di una mostra sui migranti. Accanto a lui c’erano Bassolino (lui non somigliava a nessuno), Gian Antonio Stella e il ministro Tremaglia. Io ero lì per curiosità: non dovevo scrivere il pezzo, ma mi sarebbe dispiaciuto perdere l’occasione di vedere tutte quelle celebrità in un sol colpo. E poi dovevo controllare da vicino quanto Loiero somigliasse a Danny De Vito.

Nei caldi giorni di luglio, mentre le sinistre sonnecchiavano sotto l’ombrellone, ignare del pericolo, nasceva, a Cosenza, il movimento d’opposizione Destra di Base. Io ne ho seguito le vicende, per conto della Gazzetta del Sud (alla fine avrò scritto quattro-cinque pezzi sull’argomento, e una volta un esponente del movimento mi ha telefonato, facendomi i complimenti per un articolo). In realtà, i destrorsi di Base erano in tre. Dopo dieci giorni dalla fondazione già si temeva una mini-scissione, per una divergenza di opinioni sull’opportunità di un’alleanza organica della Cdl. Adesso non so che fine abbia fatto l’iniziativa, ma credo sia fallita definitivamente.

Una volta sono stato spedito a fare delle interviste sull’aumento dei prezzi nei mercati ortofrutticoli. Sembra una cosa semplice, ma non lo è. Bisogna vincere le diffidenze della gente, che forse considera infamante la pubblicazione del proprio nome sul giornale. O crede di compromettersi se dice che le mele costano troppo e che zucchine non ne compra più. Poi c’è il grosso problema delle foto. In genere, è opportuno che sul giornale vengano pubblicate le foto degli intervistati. Ma si tratta di uno scoglio quasi insormontabile. Chi si vergogna, chi dice di non essere fotogenico, chi non si è pettinato. E l’articolista deve profondersi in ipocritissime adulazioni: “Ma no, signora, sta benissimo… di profilo, poi, sembra Brigitte Bardot… quelle occhiaie le donano moltissimo”. Una fruttivendola ha voluto che si ripetesse l’operazione tre volte perché, dopo aver controllato sullo schermo della digitale, diceva di apparire grossa. “Signora mia – pensavo – lei è grossa”.

Un tizio, ad una mia domanda sulle melanzane, ha risposto: “Bisogna scannare Berlusconi”. Quando ho chiesto spiegazioni, ha detto: “Bisogna scannare Berlusconi”.

Questo, detto in breve, il mio stage a Cosenza. Potrei raccontare altri aneddoti e fare ulteriori descrizioni, ma credo basti così. Per completezza d’informazione, debbo aggiungere che ho scritto anche un articolo sulla ristrutturazione del Castello Svevo, uno sugli incendi, uno sui prodotti d’origine controllata, uno su un tombino scoperto. Più alcune “brevi”. Talvolta ho ribattuto i pezzi che i corrispondenti mandavano via fax e copiato comunicati che il giornale riceveva: il cosiddetto “lavoro di cucina”, che è tanto noioso quanto necessario. Sono tornato a casa giorno 8 agosto.

Un pomeriggio sono andato a raccoglier funghi col capo. Mi sono stancato tantissimo ma alla fine sono riuscito a raccogliere un ottimo porcino. Al ritorno mi ha detto: “diventerai un grande raccoglitore di funghi!”. Sulle prime ho apprezzato il complimento. Ma adesso mi assale un dubbio: che fosse un invito a cambiare mestiere?

 


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