
Giulia Staccioli
Come nel sogno di una notte sotto le stelle, funamboli danzanti tracciano forme leggiadre nel vuoto del palcoscenico, riempiendolo con la vitalità, l’armonia e la grazia dei loro movimenti. I Kataklò, con il linguaggio del corpo, comunicano, quasi “trasudano” emozioni in maniera semplice e universale.
Questa contaminazione tra teatro, danza e sport crea una rivoluzione, un modo nuovo di presentarsi sulla scena, che diventa un luogo dove si può volare con la fantasia e non solo. Giulia Staccioli, coreografa, direttore artistico nonché fondatrice dei Kataklò insieme ad Andrea Zorzi, ne è profondamente convinta: «Con lo studio sull'espressività del gesto, è avvenuta una trasformazione che abbatte ogni limite per la creatività. Questa "scoperta" ha permesso agli atleti-danzatori di lavorare in ogni "direzione", strisciando o volando non fa differenza…».
Sul palcoscenico, il corpo è più efficace della parola?
«Considero il connubio tra sport e danza come un'occasione per esplorare strade nuove alla ricerca di una diversa forma d’arte, che avvicini due modi diversi di vivere il corpo.
Il corpo è lo strumento comune con il quale esprimersi, nel gesto atletico sfidando i propri limiti, nella danza muovendosi armonicamente nello spazio. Attingere dallo sport movimenti e azioni e cogliere dalla danza gli elementi espressivi e narrativi, significa realizzare un linguaggio comune più ampio per aprirsi e comunicare con un pubblico universale».
Cosa rappresenta per lei il teatro? Perché accostarlo allo sport?
«La mia esperienza sportiva come ginnasta e successivamente come ballerina mi hanno portato a sentire la necessità di mettere insieme queste due realtà così apparentemente distanti.
La sfida è quella di utilizzare le capacità acquisite in tanti anni di duri allenamenti per raccontare ed esprimere qualcosa di importante; l’obiettivo è utilizzare la bellezza e la plasticità del gesto atletico e far si che anche quel movimento diventi una storia da raccontare».
Ha dei rimpianti rispetto al proprio passato da atleta?
«Il mondo sportivo è stato per i Kataklò una scuola e ciò non potrà mai essere dimenticato: c'è coscienza e riconoscenza per ciò che abbiamo ricevuto.
Il teatro è la nostra casa, ma l'attitudine rimane quella di un atleta. Il forte senso di gruppo e la partecipazione che sostiene il nostro lavoro credo derivi dall'appartenenza comune al mondo dello sport. Queste sono esperienze irripetibili che difficilmente possono essere paragonate ad altro, ma che comunque fanno parte di un passato, per quanto mi riguarda senza rimpianti e nostalgie».
E' la prima volta che vi esibite in Calabria? Nel mondo, in quanti Paesi vi siete esibiti?
«Per noi è la prima esibizione in Calabria. Molti spettacoli messi in scena in questi anni in tutto il mondo sono stati esperienze straordinarie. Le tournée in tutta Europa, in Brasile, in Cina, a New York, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Torino 2006, hanno lasciato il segno in questi 10 anni di attività.
Un evento rimasto nel cuore di tutti noi è stata la performance davanti a Giovanni Paolo II e a migliaia di giovani raccolti in piazza San Pietro a Roma in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, nell'aprile del 2003».
Una piccola anticipazione della vostra esibizione al Festival di Catona.
«Lo spettacolo in scena a Catona rappresenta perfettamente la vera natura dei Kataklò. Lo show contiene diverse suggestive coreografie tratte da Indiscipline, integrate con altre tratte dallo spettacolo Up, suo naturale proseguimento. Parte di questa selezione verrà rappresentata per tutto il mese di agosto al Fringe Festival di Edimburgo».
Sergio Busà